L'evoluzione degli equilibri vitali
Ogni forma di vita si regge e si sviluppa nella direzione del conseguimento di un equilibrio, nel quale le parti di un sistema, interagendo, trovano una loro reciproca soddisfacente armonia. Così avviene nella natura (ecosistema), nelle piante e negli animali, lo stesso accade nell'uomo sia a livello fisico che psichico. Tale armonica relazione fra i vari elementi di un insieme si chiama omeostasi o, con il grande matematico Fantappié, sintropia (=ritorno alla sintesi). Questo è il presupposto dell'ordine e, quindi, della vita, che di esso è la massima e più nobile espressione.
Perché la ricerca dell'equilibrio? La risposta è duplice: il caos non è una realtà utile e comunque produce confusione, instabilità, quindi sofferenza e talora anche distruzione in un gruppo di esseri e poi perché il fine supremo, almeno per l'uomo, è, come già Platone aveva scritto nel Fedro, la bellezza, nella quale specchiarsi, accarezzarla con un sorriso e sulla quale, come su una spalla amichevole, far riposare così lo spirito con il suo conseguente appagamento interiore (l'apparente "perdita" è invece un ritrovare potenziata la propria identità). L'equilibrio, però, non è un fatto statico, ma dinamico, cioè è soggetto a evoluzione, onde non fossilizzarsi in un suo particolare stadio. Se ci si fermasse a quest'ultimo, assolutizzandolo, sarebbe la fine (realmente "chi si ferma è perduto"!), specialmente quando s'intravedono ulteriori orizzonti nei quali spaziare, perché l'animo umano è tendenzialmente portato a espandersi all'infinito, come in tante circonferenze concentriche, dove quella più esterna indica il livello più ampio di vastità raggiunto. Non a caso si parla di maturazione, di crescita, di andare oltre il già dato, di volare alto: è proprio da questo che nascono la sapienza, l'imprevedibilità e la gioia del vivere. Il grande biologo e psicologo svizzero Jean Piaget definiva un simile dinamismo "ricerca di equilibrazioni sempre maggioranti". Del resto la scienza, l'arte, la storia, la psicologia dell'età evolutiva e la stessa vicenda personale di ognuno ne sono una testimonianza, perché sono sempre andate avanti così: se tale non fosse stato o non fosse, saremmo ancora nell'età primitiva del non-sviluppo.
L'evoluzione degli equilibri vitali, quella vera, non è, o non dovrebbe mai essere, un fatto traumatico, una fonte di dolore per sé e per gli altri (il soffrire o, peggio, il far soffrire, non piace e non dovrebbe piacere a nessuno e comunque non è assolutamente un valore), ma un'attesa silenziosa e discreta e un'apertura graduale, paziente e rispettosa a nuove panoramiche, che non escludono né elidono quelle precedenti, anzi, ma le completano, le arricchiscono, conferendo loro un senso di funzionalità ma sempre "relativa" al diverso. Non ci si può bloccare alle esperienze anteriori: ciò significherebbe tarparsi le ali e morire nell'angustia di un orizzonte ristretto. Il "nuovo" equilibrio include, quindi, quello di prima, lo "visita", non lo nega né tantomeno lo rinnega, semplicemente va decisamente oltre, perché "oltre" si evidenzia un'altra possibilità del vivere: un'anima veramente ricca di spiritualità a questo aspira, non si accontenta del vecchio abito culturale e comportamentale ("l'uomo vecchio" evangelico), tende alla scoperta e alla fruizione di una bellezza sempre più alta, più pura e più illuminante. Perché tanta gente, mi chiedo spesso, non riesce a capire tutto questo, pur sapendo che ciò non comporta sofferenza, anzi potrebbe costituire la via per una più completa liberazione? Anche qui la risposta è duplice: la paura di un eventuale "ignoto" e un complesso di resistenze che provengono da lontano (storia personale, condizionamenti, traumi passati subiti, vaghi e indistinti timori per il futuro...). Naturalmente un'anima intelligente e sensibile sa leggere bene la natura frenante di queste zone d'ombra, cerca di focalizzarle e scioglierle con prudenza e saggezza senza mai spezzarle, sa costruire con sicura libertà senza distruggere, impara a "ristrutturare" l'edificio delle proprie esperienze vitali senza oscurare o annullare quelle anteriori, perché fette ineliminabili della propria avventura terrena. Qui è necessario solo un po' di coraggio, di fiducia in se stessi, di apertura mentale e di cuore, di un "salto" non nel buio (Kierkegaard) ma nella luce, una volta che quest'ultima è stata bene intuita e intravista. Occorre imparare a volare sempre più alto come le aquile e ammirare e respirare così più estese spianate che colorano le cose. Come il più include il meno e il mare il fiume, così l'aquila dotata di uno sguardo acuto sa sostare felice sulle vette e là gustare i deliziosi profumi, gli intensi silenzi e la bellezza policroma e pulsante degli esseri, ma, quando ha voglia, sa scendere anche nella valle del comune giornaliero per una eventuale "visita", ma mai da quest'ultimo si lascia imprigionare. L'uomo è destinato a essere un'aquila, a librarsi libero nel cielo della gioia e della verità, a contare il tempo ma fissando l'eterno, a mirare lo spazio finito ma prefigurando per sé quello infinito. Questo significa amare e rispettare se stessi, ben sapendo che il cammino terreno è limitato, provvisorio, precario, brevissimo, usurante, talora asfissiante, se in esso si fanno concentrare, consumare o esaurire tutti i riti del vivere e le sue speranze o, peggio, le intere sue certezze. L'uomo è fatto per ben altro. Beato chi capisce in tempo tutto ciò e sa dare così una svolta lucida e generosa alla propria esistenza. Quante "occasioni" provvidenziali di vita si perdono o si sciupano nel grande e misterioso disegno degli eventi (i famosi "destini incrociati", ma rari nella loro unicità, perché presuppongono anime grandi e non si è tutti uguali), che mai accadono "a caso" (niente accade "a caso"!), e che, se ben letti e afferrati, come suol dirsi, al volo, potrebbero determinare la schiusura di una soglia nuova e la scrittura di una pagina personale e originale nella trama del romanzo di ognuno (non è giusto che siano altri a scriverla per noi!). Tutto fa parte ed è figlio di un progetto superiore che non andrebbe mai disatteso e che bisognerebbe trarre fuori da ciò che si è e si ha, anche se la natura e il perché dei suoi legami, per il momento, ci sfuggono. D'altronde meglio anticipare quaggiù questo processo evolutivo per trovarsi più "avanti" lassù accanto alla Bellezza: questo vorrebbe una pratica saggia e accorta dell'economia del vivere. Non sempre tali "occasioni" si ripresentano o ci vengono ridonate e poi la vita è unica e irripetibile, quindi preziosa e da valorizzare e cogliere profondamente in tutti i suoi dettagli, attimo dopo attimo, con pronta e selettiva perspicacia e disponibile e prudente avvedutezza. Non bisognerebbe mai aver paura di aprire e di spalancare le porte della mente e del cuore alla conoscenza di sé e degli altri, a un bene senza frontiere, a un bacio ai propri bambini, a una parola di conforto a malati e sofferenti, a un amore sincero e speciale, a Cristo nostro Maestro: la paura o, peggio, l'angoscia, non originando da Dio, mozzano il respiro vitale alle anime fini e delicate. Certamente a nessuno è permesso forzare o, peggio, violentare l'uscio segreto e inviolabile dell'altrui interiorità o a possedere e essere posseduto come "oggetto", ma si è "liberi soggetti" con il dovere di essere fedeli prima a Dio e a se stessi (Luca 2, 49-50), nel relativo progetto che si dispiega nel tempo, e poi eventualmente, ma in maniera sempre subordinata, critica e onesta, alle convenienze, alle necessità, alle opportunità, alle regole storiche, spogliandole, però, sempre delle loro pur diffuse ipocrisie. Il primato della persona è al di sopra del potere, della vita e della stessa morte. Naturalmente si può scegliere di rimanere anche nella nicchia dove si è, e talora per validi motivi. Ma alla fine, esauriti questi ultimi, "cui prodest" una coscienza rimasta sola con il dubbio di una mancata possibilità?
Sostanzialmente tutto ciò dicono le "voci". Già nel precedente mio intervento sul GdM, ma anche in altri, facevo notare che lo spirito (ultimo, vero e definitivo approdo del nostro esistere) è energia pensante in continua evoluzione fino agli stadi più luminosi dell'essere, Una volta ho chiesto alle "voci": "Quali sono i valori più importanti da perseguire quaggiù?" La risposta è stata chiara e netta: "Conoscere e amare. Vedi tu, ama tu" In fondo qui riecheggia l'invito dell'Ulisse dantesco: "Considerate vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza" (Inf. c. XXVI, vss. 118-120).
Del "conoscere" le "voci" sottolineano il "vedere", cioè l'aprire gli occhi, il saper scrutare gli orizzonti lontani, l'andare oltre i confini palpabili e fluidi del visibile, la flessibilità della mente nell'imparare a saper leggere e collegare i "nessi" e a non adagiarsi quindi nel contingente frammento, che, preso in sé, non allude a niente. Quante volte le "voci" hanno definite "sciocche" quelle persone che si chiudono soddisfate negli equilibri statici del proprio sapere (scienziati, scettici, quelli che vivono ancorati al ripetitivo quotidiano, esorcizzando l'idea che un giorno bisogna pur liberarsi da esso).
Per "amare" le "voci" intendono l'ampio respiro del cuore verso tutti, perché tutti parte di una comunità che canta, ricerca, palpita di vita, come tanti fratelli che si prendono per mano, dinanzi al Grande Concerto della più grande Rockstar, che è Dio: davanti a Lui si scivola come in un'estasi amorosa e l'unica parola che si è in grado di balbettare è "Grazie" (la preghiera che le "voci" mi hanno insegnato a ripetere ogni sera, come, del resto, già aveva fatto Gesù con il "Padre nostro"). "Amare" significa non solo "conoscersi" ma "ri-conoscersi" con un atto certamente riflesso ma soprattutto intuitivo, chiamarsi per nome, un "Io" che, "sapendo" guardare, si china teneramente all'ascolto e si fonde prima con un "Tu" e poi con un "Noi", un camminare con fiducioso abbandono e lucida attenzione alle affinità e senza lasciarsi tanto frenare da inconsce resistenze psichiche, l'osservare un tramonto pensando e sognando il nuovo giorno che è pronto a sorgere in tutto il suo splendore. Dio ci ha chiamati a trasformare il linguaggio della dura prosa del vivere in poesia sottile e vibrante, che non trascura la prosa ma le dà un volto e un'anima, superandola con passi leggeri e graziosi ma comunque sempre sciolti ed eleganti. Quante volte le "voci" mi hanno ripetuto: "Tu non aver paura". È vero: quest'ultima, per così dire, è la morte dell'anima, la camera iperbarica, che, se ermeticamente chiusa, potrebbe soffocare il già affannoso e asmatico respiro dell'animo umano. Quaggiù non si è eterni: il vettore è diretto altrove.
Sostare, allora, ai centimetri o pensare a proiettarsi concretamente e con intelligenza fra le braccia dell'immensità, altrettanto reale come gli anni-luce, che poi sono il nostro prossimo autentico futuro? Questa è la verità e questa è anche la scelta.
In questo insieme di riflessioni, a mio modesto giudizio, si colloca e risiede il grande mistero che attraversa il mare della mutevole stagione del vivere e bussa come un'onda alla barca della nostra coscienza: afferrarlo nel tempo significa anticipare felicemente già in qualche modo l'eterno! Comprendo bene che non è da tutti scoprire e capire tutto ciò: è semplicemente un gratuito dono! Chi l'ha ricevuto ha il dovere di essere grato a Dio con un "Grazie". Chi non ce l'ha, mi permetto di suggerire di cercarlo. Alla fine la risposta arriva e l'incerto "sentiero" diventa, allora, una "strada" tranquilla che conduce alla collina, ove per noi, non rare volte "stranieri" quaggiù, attesi dalla premurosa e disarmante carezza d'un tenero Padre, ha finalmente termine il racconto d'una farsa per svegliarci nella trasparente casa dell'affascinante e sospirata Patria.

(Da Il Giornale dei Misteri)